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    Il Viaggio

    Simbolo dell’uomo che cambia

    Ivan Cosentino
    28 luglio 2026
    Nella vita di un essere umano, la ricerca di qualcosa ha un ruolo fondamentale e spesso, questo oggetto di desiderio è un luogo, fisico e non, una casa, una famiglia dove sentirsi apprezzati, appoggiati, a volte criticati, ma solo per spronare la parte migliore di noi stessi ad andare al massimo. La prima opera che ci fa entrare nella leggenda del viaggio è l’Odissea, la quale dà inizio alla cultura di esso come formazione, curiosità, cambiamenti, ma soprattutto, alla fine, Ulisse vuole soltanto fare una cosa: tornare dalla sua Penelope, dove stava bene, perché tutti vogliamo tornare in quel contesto che ci ha fatto amare ed essere amati. La dimostrazione di come un tema così antico, in una storia che lo è altrettanto, sia ancora attuale e impressa nel nostro immaginario, è l’uscita recente del film di Christopher Nolan “The Odyssey”, con protagonista Matt Damon nei panni di Odisseo, che cerca di reinterpretare leggermente il capolavoro omerico in chiave moderna, rimanendo però il più fedele possibile, almeno nella trama, all’originale. Esso rappresenta la sfaccettatura più primitiva del cambiamento e dell’avventura: si parte, si approda in tanti porti, ma alla fine il luogo che si vuole davvero raggiungere è quello che si definisce casa, la propria terra, ma nel frattempo si raccoglie sapere, saggezza e la nostra persona interiore subisce, per via di quello che i greci definiscono come fato, cambiamenti basati sull’esperienza. Ulisse, una volta liberata Itaca e sua moglie dai Proci, non riparte (o almeno l’opera di Omero non ne parla), la sua curiosità sembra ormai sfamata, e l’incoscienza che l’aveva caratterizzato è ormai sbiadita, probabilmente a causa delle tante persone vicine a lui morte a causa sua, alle ripercussioni tra gli dei e anche tutto quello che lo ha colpito. Rimane però, a mio avviso, una storia limitante (forse proprio per questo motivo Dante ne continua le vicende per inserirlo nell’Inferno come simbolo delle persone che, con la parola e l’ingegno, ha raggirato gli altri), probabilmente anche perché datata e primitiva rispetto alla ricerca narrativa delle epoche più moderne. Il motivo è che una volta che Ulisse ritorna nella sua patria, la storia finisce in una notte d’amore. Ma una comunità bisogna anche tenerla insieme, bisogna curarla e non sempre si è ben accetti in essa: a volte sei costretto ad andartene, per decisione tua o degli altri, ed odiare persone e luoghi che hai amato, lasciando straripare il risentimento. È proprio in quei momenti che nasce in maniera naturale la vendetta, sentimento principale del romanzo Il Conte di Montecristo, in cui il protagonista, Edmond Dantès, esiliato e condannato al carcere ingiustamente, dopo essere riuscito a fuggire, torna sotto falso nome, per un solo motivo: vendicarsi di coloro che lo avevano imprigionato. A poco a poco però, si rende conto che quella sua punizione colpisce persone innocenti, che quel sentimento quando adoperato, può moltiplicarsi all’infinito. È allora che il conte capisce che deve essere il tempo a dare la punizione a chi la merita e non lui. Una famosa frase appare alla fine del romanzo: aspettare e sperare, proprio così andrebbe affrontato quel sentimento che ci spinge a provocare pene verso coloro che si sono comportati in maniera sbagliata nei nostri confronti, persone di cui ci fidavamo, ma che ci hanno voltato le spalle nonostante fossero parte di quello che un uomo considera luogo di pace. Quella sensazione è normale, ma bisogna saperla canalizzare e lasciar fare al destino, senza che la vendetta trasformi anche la nostra di vita, in una ricerca continua di vedere gli altri stare male, perché se lo facciamo diventiamo esattamente come coloro che ci hanno fatto del male. Il nostro viaggio dovrebbe essere un modo per cambiare in positivo, cercare del bello in ogni piccola cosa, probabilmente molte volte dovremmo farlo senza cercare sempre dove fermarci, bensì goderci i momenti che ogni luogo, ogni piccola azione o persona ci donano. Nel Piccolo Principe c’è un viaggio enorme nell’universo, eppure i temi che si affrontano nascono da un qualcosa di piccolo: quando il Principe incontra la volpe cerca di capirne le ragioni della sua natura, è affascinato dalla rosa, quella che un giorno appassirà, come chiunque. Questa avventura serve a farci capire come vivere, cambiare atteggiamento e visione sulle cose, nella sua parte più essenziale: le relazioni personali, il perché dell’esistenza di qualcosa, la natura che ci muove e che ci dà un significato. Tutto quello che noi tocchiamo con mano vagabondando ci fa capire che siamo fatti tutti della stessa pasta: se si parla con qualunque essere umano, egli vi dirà sempre di aver provato amore come voi, di aver provato odio, tristezza, ma alla fine si cerca sempre di risalire da un pozzo senza fondo in cui, più ci si lascia prendere da emozioni negative, più si cade in basso. Il limite è solo il punto più inferiore che noi abbiamo raggiunto, però se ci si lascia andare si perde la bussola dei propri obiettivi. Il viaggio ha proprio la funzione di ritrovare il sentiero coperto dalla nebbia della nostra mente e continuare ad accettare tutto quello che incontriamo, sia gli ostacoli che le scorciatoie. Alla prossima avventura di parole. Remember to roar, always.
    #crescita/viaggi